martedì 19 febbraio 2008

Salutare natica 3



Era la prima volta che mi capitava di vederlo in bella mostra, a caratteri cubitali e aggraziati. Scritto pubblicamente, in mezzo ad una piazza. Guardai l’insegna fino all’ora del crepuscolo, fino a quando, con quattro lampi improvvisi, i neon tubolari si accesero, colorando di un bel giallo il mio nome. Non si illuminò tutto insieme, la ”ich” sfarfallò per qualche secondo. Quella insegna mi faceva sentire meno solo, era come avere un pezzo di famiglia, un parente a cui fare visita.
Erano stati giorni di calma, settimane tranquille, tanto che si era dimenticato di richiamare il professore. Aveva seguito la cura, preciso, alla lettera: la polvere, le fiale, i fermenti lattici, il sapone liquido solo ogni due o tre giorni. Aveva temuto nei giorni peggiori che l’infiammazione giungesse alla pelle delicata dello scroto o all’inguine, come a quel suo caro amico che stava sempre a farsi impacchi. E’ lì che preme l’elastico degli slip e mai avrebbe potuto indossare delle mutande boxer che non hanno l’elastico, che non raccolgono in un unico pacco sesso e scroto, che danno la sensazione che tutto resti penzoloni, libero di dondolare a destra o a sinistra, quando era sempre a sinistra che lui se lo fermava nelle mutande. Fortunatamente il rossore era regredito e anche il buonumore gli era ritornato. Si era dimenticato della tabaccheria con il suo cognome, aveva bisogno di una carta telefonica, c’era entrato come in una delle tante, e solo lì dentro se ne era ricordato. Una ragazza gli chiese gentilmente di che cosa avesse bisogno. A lui sembrò un tempo lunghissimo quello della sua risposta, ma non più del tempo che prende una semplice distrazione. “Un tipo sovrappensiero”, poteva aver pensato la ragazza. Ma l’herpes di lei lo aveva confuso e attirato a tal punto da non riuscire a rispondere immediatamente. L’herpes, uno sfogo visibile: che dermatite! Tutto il contrario della mia, reclusa fra il sudore, l’umido e il buio delle natiche. L’herpes di lei, fresco, sfogato, che dal labbro saliva fin sopra alla narice, era bellissimo. L’aveva guardato prima dei suoi occhi, azzurrissimi, prima del suo delicato naso, prima della pelle candida del suo viso, e avrebbe fatto decisamente a cambio con la sua dermatite. L’herpes di lei per il suo eczema! Perché quell’herpes sembrava come gli sembrava lei, aperta, come a dire: “Non posso farci niente, questo non lo posso nascondere, è una parte di me che quasi sempre riposa, ma che quando esce, deve mostrarsi”. Il mio eczema muto, invece, era lo specchio della mia introversione e per la prima volta realizzavo di essere un Mr. Hide. Quel rossore fra le natiche era anch’esso nel posto più nascosto di me. Mr. Hide, “to hide”, nascondere, e quel gioviale herpes, l’espressione del virus a cui lei aveva offerto ospitalità. Dopo aver pagato la tessera, le dissi:
“Anche io mi chiamo ...evich, sa? Abbiamo lo stesso cognome, forse lei viene da...?
“No, in questo paese ce ne sono solo due di famiglie con questo cognome, veniamo tutti e due da...”.
“Come le sa tutte queste cose?”
“Me le ha raccontate per una vita mio nonno, era fisso a raccontarmi tutto quello che sapeva su questo cognome”.
“Piacerebbe anche a me saperne qualcosa di più...Posso chiederle il suo nome?”
“Daria, mi chiamo Daria”.
“Io Mario”.
Le allungai la mano da sopra il bancone, lei esitava, pensai che non avesse capito il mio gesto, il mio desidero di un saluto più personale. In fondo non era tenuta a stringermi la mano, stringere la mano ad un cliente visto per la prima volta.
Ora che cominciava ad essere un poco più fresco, mi avevano richiamato a Roma. A Termini mi infilai nella metro, la linea che va all’Eur. Era molto tempo che non passavo per la capitale, forse due anni. Mi pareva molto cambiata già nel tubo della metropolitana. I colori della città sotterranea mi sembravano più brillanti, ne avevo un ricordo grigiastro, uniforme. Entrato nel vagone incontrai “una psoriasi”. Un signore sui cinquant’anni, un bell’uomo, ma con quella variopinta sfumatura che dal bianco passa al rosso e dalle narici arriva fino alle guance. Più o meno così, quelli con la psoriasi. Che strana malattia!
Pensando a quella dermatosi mi tornò in mente l’herpes della tabaccaia, poi il mio prurito, ormai assente da parecchio.

3 continua


venerdì 15 febbraio 2008

2007




Dalle parti di Prati Il ragazzo è ceco, me lo ha detto lui stesso, ma ha gli occhi verdi. Il pupazzo è cieco ad un occhio e all'altro pure e si capisce.

domenica 10 febbraio 2008

Salutare natica 2



Su quel viale, quel giorno, proprio divagando e fantasticando sul proprio nome, aveva anche considerato che in quest’ultimo trasloco la dermatite lo stava parzialmente risparmiando; lo aveva colpito secco all’inizio, ma lui aveva reagito con tutte le armi di cui disponeva, e il prurito se ne era quasi del tutto andato. Non esplodendo il solito fuoco che aveva conosciuto in passato, stavolta era costretto ad una guerra di posizione. Forse il suo “nemico” lo stava studiando, aspettava il momento in cui colpirlo, o forse era indebolito dalle creme che per precauzione, una volta al giorno, si spalmava fra le natiche o dalla meticolosa asciugatura ad ogni lavaggio, o forse lo stesso nuovo clima aveva addomesticato l’avversario. Il suo ottimismo, d’improvviso, proprio davanti a quella scritta, “Giubileo”, svanì, perché in quel momento fu attaccato da un irrefrenabile, divorante pizzicore e un calore forte fra le natiche gli fece sembrare la pomata olio per frittura. Con le natiche incandescenti, a lunghi passi e a gambe un poco larghe, corse a casa, sciacquò tutto con il sapone e si attaccò al telefono.
“Pronto professore, mi scusi se la disturbo. Sono alle solite, sembro un macaco!”
“Stai mettendo le cose che ti ho dato?”
“Più o meno, però mi sembra pure peggio delle altre volte”.
“Non è possibile, vieni qui che ti visito”.
“Non posso, sono a 500 km...”
”Ah, dimenticavo. Allora fai così: metti quel farmaco che ti ho dato, quello in polvere e poi prendi le solite fiale per bocca e fra qualche giorno, se non ti passa, richiamami. Cerca di stare tranquillo, psiche-pelle, te l’ho sempre detto, non mangiare piccante, stai tranquillo, sorridi, prenditela allegra, canta, fischietta, fai delle belle passeggiate.”
“Non faccio altro, professore. Grazie ancora”.
Cantare, forse fischiettare, per allontanare il malumore in cui era precipitato per quel fastidioso rossore. Così, davanti a “Giubileo”, aveva tirato diritto nei giorni seguenti. Sentendosi un poco meglio, continuava a tenersi “in bianco”, era meglio stare leggero. La polvere che aveva messo la mattina fra le natiche, al posto della fastidiosa crema, non lo disturbava nella camminata, stava bene, nessun prurito.
Qualche giorno dopo ero nel giardino che si trova in fondo a viale Gozzer. Seduto su una panchina, pensavo a che calore mi avrebbe avvolto entrato dentro casa. Il bambino era alto poco più di un metro e stava ad osservare ogni mio movimento, quando lentamente avvicinò alla bocca la formica che aveva raccolto sul muretto. Tirò fuori la lingua e ci poggiò la formichina... e quella tranquillamente cominciò a passeggiarci sopra. L’animaletto aveva preso a camminare in tondo, si dirigeva verso i denti, ma lui, ritraendo la lingua verso il palato, la riportò due volte dentro chiudendo la bocca. Io lo guardavo con un’aria volutamente ed eccessivamente schifata, quando con un colpo secco fece calare i denti sulla lingua. La prima volta la formica restò fuori per intero, la seconda scomparve dietro i denti, ma alla terza volta rimase troncata in due; la ingoiò, continuava a fissarmi. Rimasi fermo a guardare immaginando a che punto fosse ormai l’insetto, poi lo guardai negli occhi: mi puntava fisso, forse voleva cogliere sul mio viso lo stupore o cosa altro non so. Pallido e segaligno, con gli occhi azzurrissimi, prese a correre verso la parte opposta del giardino in direzione della tabaccheria. Mi accorsi solo dopo che lo stavano chiamando: doveva essere la madre. Lo chiamava a piena voce: “Dario, vieni subito qui!”, e chi lo chiamava era come se sapesse che prodezza aveva fatto davanti ai miei occhi. Per un attimo ero stato colto da un certo stupore, avevo scambiato quel “Dario” per il mio “Mario”. Mi sarebbe tornata molte volte in mente questa scena, ma era la prima volta che rivivevo il mio gioco preferito; ero stato anch’io un tempo un mangiatore di formiche, anche se meno spavaldo. Ero rimasto assorto ricordando a testa bassa. Davanti a me, fuori dal parco, potevo vedere l’insegna di una tabaccheria. In genere le tabaccherie non hanno segni distintivi o insegne, se non la grande T, questa invece aveva sul portale, a semicerchio, scritto il mio cognome: ...evich.

2 continua

sabato 9 febbraio 2008

01/08 Il cattivo sonno non aiuta





Per un mese ad inseguire rumori: artistico il silenzio

lunedì 4 febbraio 2008

Salutare natica 1




In tre momenti memorabili della sua vita aveva avuto una grossa infiammazione. In tutti quanti i casi era stato un trasferimento, un cambiamento di alloggio a scatenargli, prima, un irresistibile prurito, poi un’infiammazione. Non amava quindi cambiare domicilio, sapeva che quel prurito e poi quel fuoco potevano durargli delle settimane, anche dei mesi, e che pomate e saponi non gli avrebbero risolto il problema. Vuoi che avesse un eczema, vuoi che avesse un fungo, il fatto che fosse il culo ad infiammarsi lo indeboliva più della dermatite stessa e ogni volta gli era diventato come quello di un macaco. Tutti hanno avuto dei pruriti nella vita, pochi, però, devono aver conosciuto l’imbarazzo di avere il sedere trito ad ogni cambio di casa. Ne aveva grande cura, anche lavarlo troppo poteva essere nocivo e soprattutto ai saponi stava attento, a non usarne in grande quantità. Lo asciugava bene, con tovagliette di cotone bianco, come il colore delle mutande, anche quelle bianche. Sapeva che quasi sempre bastava acqua a detergerlo, solo talvolta un sapone leggero, quello che gli aveva prescritto il dermatologo, al quale, non senza un certo imbarazzo, aveva mostrato il suo didietro in più di una occasione. Sapeva bene che se cominciava il prurito, aveva pochi giorni per fermarlo, usando una crema che gli faceva scivolare le chiappe quando camminava: una cosa davvero fastidiosa quell’unto fra le natiche. Questo era il suo quarto trasferimento in due anni, da pochi giorni in una nuova città, per quel lavoro che lo portava a cambiare spesso luogo. Se ne sarebbe stato a casa volentieri, a casa sua, dai suoi, non era neanche sposato. Proprio a lui doveva capitare questo, a lui che odiava ogni spostamento, un lavoro nomade. In questa ultima città, poi, non conosceva nessuno, peggio delle altre volte. Il suo lavoro consisteva in un qualcosa che neanche lui poteva spiegare. In aprile aveva preso in affitto la casa. Quando era arrivato, in primavera, non era né caldo né freddo e non poteva immaginare che quell’abitazione in estate diventava un forno e diventando un forno, tutto il giorno, lo passava negli unici posti di quella calda città dove si poteva respirare: il parco pubblico e il viale che percorreva per andarci. Il viale cominciava proprio da casa sua, tutto alberato, costeggiava un muraglione gigantesco costruito chissà in quale secolo a difesa della città. La sua abitazione era in viale Gozzer. L’aveva scelta proprio per quel nome, che a lui sembrava esotico, sebbene, poco dopo, si era accorto che di Gozzer ce n’erano ancora parecchi. Lui stesso riteneva di avere un cognome “raro”, uno di quelli che finiscono in ...evich, Nel suo paese non conosceva altri con quel cognome. Chissà da chi, emigrante o vagabondo gli era arrivato.
Il caldo lo faceva uscire di casa ogni giorno. Seguendo il viale che scivolava alberato assecondando l’andamento ondulante delle antiche mura, aveva cominciato a riflettere sul suo nome, che, invece, non era certo originale. Non ci aveva mai veramente prestato attenzione in trenta anni di vita, ma il suo nome era proprio banale se confrontato con il cognome che suonava poco italico. Pensava che in questo momento un cognome slavo non fosse proprio popolare, con una mezza dozzina di criminali di guerra balcanici con la stessa “desinenza”. Fortuna che il suo aspetto curato, il suo perfetto italiano del sud e i suoi modi gentili, non lo avrebbero fatto mai prendere per un emigrante “dell’ultimora”, e quel nome, forse banale, ma così italiano, era una garanzia ulteriore in quel nuovo posto, dove la gente sembrava gentile, a tratti generosa, ma anche sospettosa.
“Mario” gli era apparso improvvisamente un nome “inutile” proprio camminando sotto il muraglione, dove vi erano scritte per un chilometro. Era fitto fitto di nomi, di intere, frasi indirizzate forse a gente della zona. Insulti accanto ai messaggi degli innamorati, in mezzo ad imprecazioni a carattere sportivo o politico alcuni anche di molti anni prima. Doveva però esserci parecchia gente che si amava in quel chilometro. “Amore mio, non torniamo mai indietro neanche per prendere la rincorsa”, “Solo baci per te, mai più lacrime”, “6 l’unico per sempre! Orsacchiotto”. Che “Mario” fosse un nome idiota, se ne rese conto il giorno in cui gli apparve all’improvviso una nuova scritta a firma: Giubileo.
Un’illuminazione leggere quelle quattro sillabe. Che nome originale! Avrebbe lui stesso voluto chiamarsi Giubileo ...evich. Giubileo non era un nome qualunque. Se avesse avuto un figlio, gli sarebbe piaciuto chiamarlo così.

1 continua

sabato 19 gennaio 2008

01/08 Si riparte da "Salutare natica"




In tre momenti memorabili della sua vita aveva avuto una grossa infiammazione...

mercoledì 19 settembre 2007

martedì 31 luglio 2007

07/07/danza della congruità



E allora Luca disse: sei congruo!
Hai recuperato IVA, metà INPS e
vai quasi a credito.

lunedì 2 luglio 2007

06/07/lezione di nuoto



imparare a nuotare.
Lezione n° 1: morto a galla

giovedì 7 giugno 2007

04/02/pista ciclabile




Due fotogrammi dal video "Racconti a vegetali"
2002/2° racconto 4 min. ca.
(visibile nella sezione video)

martedì 5 giugno 2007

intorno ai primi anni ottanta



Antichità per antichità, intorno a quegli anni sui negativi ci scarabocchiavo e muovendo il polso con uno spillo in punta di dita venivano fuori questi "pseudo fiori"

venerdì 1 giugno 2007

04/03/Roma, Flaminio




Dove ho lasciato le chiavi della macchina? Mi sono distratto un attimo ed è passato mezzo secolo.

sabato 26 maggio 2007

02/06/pioggia e vento



Non c'è nessuna fretta, il vento non necessita parola. La pioggia sul tetto stordisce le orecchie, la pioggia sul vetro sveltisce la memoria.

domenica 13 maggio 2007

05/07/circuito chiuso o interferenze?



Dove sta sicuramente accadendo.
Come è veramente successo.
Quando di sicuro capiterà.

domenica 22 aprile 2007

01/07/salto in basso





Abito sulle montagne russe e oltre al capogiro e al senso di vomito non faccio in tempo a stare su che sto già giù!

mercoledì 18 aprile 2007

03/07/Firenze



Pietra, ferro e canneto.
Canneto, pietra e ferro.
Ferro, canneto e pietra.

martedì 10 aprile 2007

03/07/toh, Donna Lucrezia!



"Ein Stein weiss einen andern erweichen".
(Ingeborg Bachmann)

mercoledì 4 aprile 2007

04/06/Spoleto



...e la pietra si sta sciogliendo in una carezza.

lunedì 26 marzo 2007

03/07/"Ma quella è una parasta!"



Roma, Pantheon.
Rettifico. Quella precedente non è una colonna, è una parasta.
Me lo ha detto Federica che di certe cose se ne intende.
Questo è il basamento di una colonna, ne sono sicuro.
Parasta deve essere quella che è attaccata al corpo dell'edificio, mentre la colonna sale libera senza niente intorno.
Anche questa fotografia è stata fatta in apnea.

domenica 25 marzo 2007

03/07/bella la storia ma cattivo l'odore



Roma, Pantheon, basamento colonna.
Fotografia realizzata in apnea.

lunedì 19 marzo 2007

01/07/fra monte Morra e Pratone



Alto un metro e novanta, di anni sessanta, piegato a scalpellare tutto il giorno, in montagna sul sentiero del "Pratone" ha sbucciato mezza pietra come una patata.
Espiazione? Sfida!
Cerca l'ingresso per il paradiso?

lunedì 5 marzo 2007

02/07/radura in ombra



Hai mai provato a scalare la pietra blu?

sabato 3 marzo 2007

10/06/coda di due



Trovare vecchi rullini fotografici in vendita nei mercatini mi intristisce, ma non posso fare a meno di guardarli. Questa è una coda di due fotogrammi che per nessun motivo voleva rientrare nel suo contenitore d'alluminio targato 1943. Sfuggiva, saltava fuori, si buttava per terra. Alla fine ho lasciato la scatolina con tutto il rullo e la testina me la sono messa in tasca...

mercoledì 28 febbraio 2007

04/05/Venezia



La presbiopia aggiunge distanza, toglie nitidezza, non migliora neanche la comprensione. Però, però...